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In futuro la pensione pubblica non basterà più. Sembrano averlo capito anche gli italiani, almeno a giudicare dai numeri raccolti dalla Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip), che ha evidenziato nel 2014, adesioni in crescita, del 5,4%. Sono, infatti, oltre 6,5 milioni i lavoratori che, alla fine dello scorso anno, risultavano iscritti a forme pensionistiche complementari, per una quota pari al 29,4% degli occupati totali.
 E anche nei primi mesi di quest’anno, il sistema dei fondi pensione ha continuato a svilupparsi, anche se i tassi di crescita restano comunque bassi. Alla fine del primo trimestre 2015, gli iscritti alla previdenza complementare hanno oltrepassato i 6,76 milioni, con un incremento delle adesioni di circa 220.000 unità, pari a un aumento del 3,4%.
Ma se il numero degli aderenti può sembrare significativo, non bisogna dimenticare che il dato complessivo rappresenta meno del 30% degli occupati. E questo porta molti ad affermere che, a oltre 20 anni dalla riforma Amato del 1992, che ha introdotto forme di previdenza complementare e integrativa, la previdenza complementare sia in stallo. Secondo Assoprevidenza, l’Associazione Italiana per la previdenza complementare, i piani previdenziali e assistenziali complementari diverranno uno strumento fondamentale nella struttura retributiva del prossimo futuro. Ora però la situazione è in stand-by. Assoprevidenza ha, infatti, fatto notare come da oltre un quinquennio, in virtù della perdurante situazione di crisi economica, ci sia una fisiologica diminuzione degli iscritti ai fondi preesistenti, accompagnata da una continua contrazione nel numero delle adesioni ai fondi negoziali di nuova istituzione (-5% dal 2008). “L’aumento delle adesioni registrato negli ultimi anni è dunque frutto essenzialmente dell’appeal dei fondi aperti e, soprattutto, dei Pip (i noti piani individuali pensionistici di tipo assicurativo, ndr) che, a fine 2014, detenevano oltre il 50% del totale degli aderenti alla previdenza complementare”, ha precisato l’Associazione. Il nostro ordinamento prevede, infatti, diverse forme di previdenza complementare. Si va dai fondi pensione chiusi negoziali (che nascono da contratti o accordi collettivi anche aziendali, che individuano i possibili aderenti in base all’appartenenza a un determinata categoria o impresa), ai fondi pensione aperti (istituiti direttamente da banche, sim, compagnie di assicurazione e Sgr), fino ai più gettonati (perchè molto più remunerativi per i collocatori) piani individuali pensionistici (Pip).
Anche se ancora poco sviluppata, la previdenza complementare sarà sempre più necessaria per compensare la minore copertura offerta dal sistema pensionistico di base. L’argomento resta quindi “scottante” per molti italiani, visto che attualmente è alto il tasso di individui che ancora non hanno affrontato il tema in termini materiali. E questo, nonostante la consapevolezza che in futuro le pensioni saranno su livelli decisamente bassi.

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